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Dangerous o come mettere alla prova la pazienza dello spettatore


Alla base di tutto Dangerous c’è forse l’unica sindrome che si possa affidare ad un attore come Scott Eastwood (figlio del più noto Clint, che aveva iniziato la carriera usando il nome della madre per evitare il nepotismo, e poi il padre lo ha preso per i suoi film). La determinazione con cui Scott non cambia espressione è di ferro, impossibilitato a recitare in maniera propriamente detta, viene così preso per la parte di un soldato con un problema di relazione, non conosce l’empatia, non la sa provare e quindi, rovescio della medaglia, non ha pietà. Proprio la persona giusta da inserire in un contesto militare a da mandare in missioni ad alto rischio, vien da pensare. Tanto che quando il film inizia lo troviamo nei guai, ai domiciliari, seguito passo passo da uno psicologo che cerca di insegnargli a funzionare in una società civile. Ruolo ironicamente affidato a Mel Gibson, l’ultima persona da cui farsi insegnare l’autocontrollo.

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Così è risolto il problema dell’inespressività del protagonista, ma lo stesso non è che questo salvi il film, perché sempre un personaggio per nulla carismatico c’è a guidarlo. La storia così lo manda a ritrovare la sua famiglia perché il suo amato fratello è morto in un incidente, o almeno così sembra. “È caduto dai ponteggi” dicono al protagonista appena arrivato. Una teoria così poco plausibile che addirittura non ci crede nemmeno lui. Non che le sue espressioni ce lo lascino intendere, è proprio che lo dice apertamente.

Sull’isola dove è morto e dove si svolge il funerale intanto arriva un piccolo commando, esercito privato nella classica formazione: 5-6 sgherri generici, un vicecapo con il sorriso sadico che ama umiliare tutti ma sarà il primo a prendersi un coltello in fronte e poi il vero leader, che non fa nulla ma dà ordini a tutti e ha la faccia più viscida di tutto il cast. Sono alla ricerca di qualcosa che il fratello deceduto aveva scoperto e ovviamente nella piccola isola con faro scatterà la guerra tanti contro uno. Promessa promettente che non mantiene molto fino ad un finale in cui usare tutte le pallottole che la produzione poteva permettersi ma che arriva troppo tardi. Deve arrivare lo psicologo Mel Gibson al telefono a suggerire che forse è venuto il momento di fare di tutto per salvarsi.



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