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Reddito di cittadinanza, quasi la metà dei percettori è composta da “lavoratori poveri”



MILANO – Quasi un percettore di Reddito di cittadinanza su due è un lavoratore povero. Tanto che “si potrebbe dire che basterebbe migliorare le condizioni retributive e lavorative di questi lavoratori per quasi dimezzare immediatamente l’attuale numero dei percettori del Reddito di cittadinanza”. A fornire il dato e la riflessione è il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda, commentando l’analisi che l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ha dedicato allo strumento attraverso un’indagine rappresentativa dell’intero territorio nazionale su un campione di oltre 45.000 individui dai 18 ai 74 anni.

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La ricognizione permette anche di chiarire come il Covid ha influito sul ricorso alla misura, e quante persone restano alla porta a bussare per il sussidio. “Oltre 814 mila cittadini, in rappresentanza di altrettante famiglie, hanno percepito il Reddito di cittadinanza già da prima dell’emergenza Covid19, pari al 45% dei percettori – dice l’Inapp – Poco più di 1 milione di famiglie (il 55%), invece, ha iniziato a percepire il RdC durante la crisi sanitaria”. Ne deriva una platea di percettori intorno a 1,8 milioni di famiglie. Una platea che potenzialmente va raddoppiata: ci sono circa 1,6 milioni di famiglie che intendono fare richiesta della misura di sostegno a breve e 1,4 milioni di nuclei la cui domanda non è stata accolta. “La domanda evasa e potenziale di sostegno è dunque assai rilevante”, dice l’Istituto.

I lavoratori poveri

Il fenomeno dei working poors è dilagante. Nel dettaglio emerge infatti che “circa il 46% dei percettori risultano occupati (552.666 standard e 279.290 precari) con impieghi tali da non consentir loro di emergere dal disagio e da costringerli a ricorrere al RdC per la sussistenza”. E tra i potenziali interessati alla misura il dato peggiora ancora: secondo le interviste svolte presso la platea potenziale c’è una quota del 49,8% di simili lavoratori poveri e ciò conferma per Fadda “la necessità di osservare il mercato del lavoro ben oltre il semplice aspetto del numero degli occupati per spingere analisi e interventi sul tema della qualità del lavoro, delle retribuzioni, della produttività, e della riduzione della precarietà”. Tema, per altro, reso ancora più urgente dalla fiammata dei prezzi che a detta del sindacato e di molti osservatori sta accelerando l’urgenza di una risposta nella contrattazione e nei salari, se non si vogliono lasciare le famiglie a una forte perdita del potere d’acquisto determinata dalla contemporanea crescita dell’inflazione e stagnazione delle retribuzioni.

Otto su dieci rifiutano la proposta di lavoro perché scarsa

Secondo l’Inapp ci sono altre spie della “grande debolezza e parcellizzazione del mercato del lavoro italiano“, ed emergono quando si analizzano i motivi per cui i percettori di Rdc che sono inseriti nel percorso per trovare una occupazione rifiutano le proposte che vengono loro avanzate. Molto si era parlato dei criteri della distanza tra il lavoro proposto e la propria residenza, ma risulta essere una causa residuale di rifiuto. “Il 53,6% indica l’attività non in linea con le competenze possedute, il 24,5% attività non in linea con il proprio titolo di studio, l’11,9% lamenta una retribuzione troppo bassa. Solo il 7,9% indica la necessità di spostarsi come causa prevalente del rifiuto”, emerge dai ricercatori Inapp. “Al di là dell’identificazione dell’offerta congrua, quanto mai difficile da definire il rifiuto per circa il 78% dei rispondenti beneficiari di RdC è attribuito alla modesta qualità delle proposte ricevute”.

Il ritardo nelle politiche attive

Resta evidente però il problema atavico delle politiche attive. “La stessa presa in carico dei beneficiari del Reddito di cittadinanza da parte dei Centri per l’Impiego o dai Servizi Sociali ha riguardato una quota troppo bassa di essi. Solo il 39,3% ha dichiarato di essere stato contattato dai Centri per l’Impiego e il 32,8% dai Comuni. Ma di quel 40% circa contattato dai Centri per l’Impiego, a sua volta, solo il 40% ha sottoscritto il Patto per il Lavoro, e solo alla metà di questi è stata avanzata una proposta di lavoro (peraltro rifiutata dal 56% degli stessi, con le motivazioni sopra illustrate). Invece, tra coloro che sono stati contattati dai Comuni, solo il 30% ha sottoscritto un patto per l’inclusione sociale, e tra questi solo il 20% ha partecipato a Progetti di Utilità Collettiva. Emerge la difficoltà dei servizi sociali e dei centri per l’impiego a prendere incarico i beneficiari e quella degli enti locali ad attivare progetti di utilità collettiva (PUC)”.

In conclusione, Fadda ha rimarcato che “il sistema socioeconomico italiano è fragile e la pandemia ne ha peggiorato le dinamiche. Il Reddito di cittadinanza si è dimostrato una misura utile per fronteggiare la diffusa povertà, notevolmente peggiorata sotto l’impatto del coronavirus, ma il perimetro della popolazione in condizione di vulnerabilità è più ampio. Una parte della popolazione resta esclusa in ragione degli stessi requisiti formali di accesso o per la scarsa informazione sulla policy. Inoltre, gli strumenti che al RdC sono stati affiancati per promuovere un miglior inserimento lavorativo e una maggiore inclusione sociale si sono mostrati poco efficaci”. Alla luce di queste considerazioni “è urgente guardare alle cause per giungere ad una ristrutturazione organica sia del sistema delle politiche attive del lavoro sia dei servizi sociali ed evitare che anche gli ultimi due programmi lanciati in proposito (GOL e Fondo Nuove Competenze) si rivelino poco efficaci. Il problema non è solo, e non tanto, quello della disponibilità di risorse, quanto quello di utilizzarle in maniera efficiente nell’ambito di una pianificazione integrata delle politiche del lavoro con le politiche industriali e in genere con le politiche di sviluppo”.



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