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Finanza comportamentale – Gestione del risparmio


La finanza comportamentale applica la psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche e studia i loro riflessi sui prezzi di mercato e sull’allocazione delle risorse.

L’economia tradizionale ha sempre visto l’investitore come un essere razionale avente l’unico fine di massimizzare i propri utili. Questa visione è molto ottimistica e ha prodotto descrizioni di scenari puramente teorici.

Nella realtà l’investitore è un soggetto emotivamente coinvolto nelle decisioni che prende, spesso irrazionale e comunque orientato solo in teoria alla massimizzazione del profitto. In pratica, alle scelte di carattere economico si affiancano spesso scelte esistenziali che hanno la priorità, di fatto negando ogni logica economica: “devo comprarmi quella macchina; disinvesto tutto e la compro!”.

Molte volte, più che un essere razionale, l’investitore somiglia a un essere totalmente stupido che agisce in balia di forze solo minimamente razionali.

Negli ultimi anni, la finanza comportamentale ha acquisito sempre più importanza perché è apparso chiaro che non si poteva prescindere dallo studio delle dinamiche emotive che sono alla base delle scelte dell’investitore.

In questo articolo vedremo alcuni capisaldi della finanza comportamentale, lasciando ad altra sede le critiche a una disciplina che, di fatto, non ha ancora saputo fare l’ultimo passo perché ancora tradizionalmente legata a una visione troppo classica del concetto di investimento.

Esamineremo alcuni concetti classici di finanza comportamentale, ricordando che spesso non sono che distorsioni della sfera emozionale o della sfera razionale dell’individuo; distorsioni che gli economisti comportamentisti hanno evidenziato interessare una larga parte della popolazione.

I concetti più importanti della finanza comportamentale

Poiché la finanza comportamentale studia la mancanza di razionalità da parte degli agenti economici, alcune di questi concetti sono comuni alla raziologia e gli articoli che li trattano portano esempi di carattere generale, non solo economico. Li tratteremo in ordine alfabetico.

Ancoraggio

L’errore di ancoraggio (Tversky e Kahneman, 1974) consiste nell’eseguire tutte le nostre valutazioni intorno a un punto di riferimento (ancora) che non ha nessuna reale rilevanza.

I due ricercatori che scoprirono l’effetto notarono che le risposte date alle domande della ruota della fortuna americana erano influenzate dal numero casuale che aveva selezionato la domanda: se usciva il 47 e la domanda chiedeva il numero delle nazioni europee, la media delle risposte inspiegabilmente era più alta che se era uscito il 21, a riprova del fatto che il numero uscito diventava un punto di riferimento per la risposta.

In altri termini, quando non sappiamo come stanno le cose abbiamo bisogno di un’ancora che ci dia sicurezza e siamo pronti ad afferrare qualunque cosa.

Nella finanza comportamentale un esempio comunissimo di ancoraggio è il prezzo di listino. Se un venditore ci offre la merce dopo averci illustrato tutto il listino dei prodotti che ci possono interessare, se non siamo molto esperti, saremo ancorati ai prezzi ricevuti; al che il venditore ci offre il prodotto Z scontato del 10% e, incredibilmente, ciò ci sembrerà un affarone.

Dal punto di vista finanziario

il rischio maggiore è quello di usare come punto di riferimento lo 0 anziché il livello del tasso di inflazione.

Per fare un esempio, una polizza assicurativa che garantisce la restituzione del capitale dopo 5 anni, in realtà garantisce molto meno di quel che promette: il potere d’acquisto – vero valore da salvaguardare – del capitale restituito tra 5 anni dipenderà dall’inflazione accumulata nel periodo.

Come investitori bisogna imparare a ragionare in termini di rendimenti reali, ovvero al netto dell’inflazione, e a valutare le proposte di investimento in base alle alternative disponibili.

finanza comportamentale

Già l’economista Adam Smith trattò i principi psicologici del comportamento individuale nella sua opera Teoria dei sentimenti morali

Aspettativa

Una delle prove dell’irrazionalità degli investitori è sicuramente il fatto che l’aspettativa segue le prestazioni passate, soprattutto quelle recenti. Molti esperimenti dimostrano che le previsioni di rendimento degli investitori sono tanto maggiori quanto maggiori sono stati i rendimenti dell’ultimo periodo (per esempio un anno). Ciò contrasta con il fatto che, spesso, a un periodo di rialzo ne segue uno di ribasso e viceversa; sembrerebbe cioè che l’investitore tenda a staticizzare il mercato in cui è, forse per l’innato desiderio della sicurezza conseguente alla stabilità.

Avversione agli estremi

L’avversione agli estremi è un errore acquisitivo che ha un substrato psicologico, essendo più comune in quelle persone che hanno la tendenza a stare al centro delle situazioni perché ritenute più sicure. Quante volte ci è capitato di applicare senza una ragione evidente il principio “in medio stat virtus“? Per esempio scegliendo il modello centrale di tre che ci sono stati offerti dal venditore (che conoscendo il meccanismo di avversione agli estremi aveva scontato di meno il modello centrale!).

L’avversione agli estremi è tipica anche dei voti scolastici di una classe. Quanto più il professore è sensibile all’avversione agli estremi, sceglierà di distribuire i voti attorno al valore medio e si asterrà dal dare voti molto bassi o molto alti.

In presenza di dati raccolti, chi è sensibile all’avversione agli estremi riterrà ininfluenti i dati che più si scostano dai valori medi, portato a credere che si tratti di “disturbi”.

Avversione alle perdite

L’avversione alle perdite si basa sul fatto che gli investitori hanno più paura di perdere che piacere nel guadagnare. Consideriamo l’esperimento classico di scelta, a seguito dell’investimento di 1.000 euro:

  1. Ho una probabilità del 50% di guadagnare 200 euro e una probabilità del 50% di perdere 100 euro.
  2. Ho una probabilità del 100% di guadagnare 50 euro.

In entrambi i casi il rendimento atteso è di 50 euro, ma la maggior parte delle persone si orienterà verso B. Si noti che anche diminuendo la somma di guadagno del caso B, molti continueranno a preferirlo ad A, a prescindere dal fatto che il rendimento atteso sia inferiore!

Se combiniamo gli effetti della percezione selettiva e dell’avversione alle perdite, la finanza comportamentale spiega facilmente perché molti investimenti vengono mantenuti troppo a lungo mentre quelli in attivo vengo dismessi troppo prematuramente.

Paradossalmente, di fronte a una perdita, l’avversione è così forte che l’investitore tende ad assumere un rischio maggiore pur di compensarla. Tale comportamento è molto simile a chi nel gioco d’azzardo perde somme ingenti perché “non sa smettere in perdita e vuole rifarsi”.

La sindrome del giocatore d’azzardo può essere evitata con due mosse: si decide quanto si vuole dedicare agli investimenti più rischiosi e lo si comunica a un controllore esterno (coniuge, consulente finanziario, amico) che abbia l’autorità morale di imporre la disciplina e il rispetto del piano. Per quanto riguarda il ridimensionamento della propensione al rischio dopo episodi sfortunati è necessario ricordare che, contrariamente a quanto la nostra natura ci suggerisce, i mercati sono tanto meno rischiosi quanto peggiore è stato il loro rendimento recente e che non ha senso comprare una copertura assicurativa (leggi prodotti finanziari a capitale protetto e garantito) dopo che il danno è avvenuto.

Comportamento del gregge (conformismo)

Nella finanza comportamentale il conformismo descrive l’errore di chi copia gli investimenti da quelli di amici o conoscenti; altri vengono decisi in base a testimonial più o meno affidabili.

Troppo spesso si tende a vedere solo gli aspetti negativi del conformismo, senza comprendere che può essere un’incredibile arma di difesa dalle avversità; si tratta di applicarla con spirito critico.

Se per esempio c’è un incendio, il limitarsi a seguire gli altri potrebbe rivelarsi fatale per un intasamento che ci impedisce di salvarci; meglio prevenire l’intasamento e dirigersi verso uscite di emergenza più lontane, ma libere. Viceversa, scegliere un ristorante perché è pieno di persone (mentre quello accanto è quasi vuoto) può comportare l’aspettare un po’, ma garantisce probabilmente un’ottima qualità del cibo. Tuttavia, se l’appartenenza al gruppo può garantire sicurezza, protezione e quindi maggiori possibilità di sopravvivenza, può anche spingerci nella trappola delle bolle speculative: dai bulbi di tulipano nell’Olanda del XVII secolo, agli immobili giapponesi vent’anni fa, fino alle azioni Internet che caratterizzarono il periodo fra il 1997 e il 2001. Oppure ci fa perdere l’opportunità di acquistare un titolo molto interessante solo perché tutti lo stanno vendendo.

Quanto ha pesato la mania collettiva nella decisione di comprare a mani basse i titoli della new economy (la cosiddetta bolla tecnologica gonfiatasi a dismisura per poi scoppiare nel 2001) o di “farsi la casa” con mutui stratosferici (crisi immobiliare del 2008)?

Eccesso di ottimismo

La finanza comportamentale spiega perché uno dei principali ostacoli alla diversificazione finanziaria è l’eccesso di ottimismo, cioè la convinzione che un evento incerto avrà comunque un esito favorevole.

L’ottimismo è un tratto psicologico positivo che ci sostiene nelle difficoltà e che ci consente di perseguire obiettivi di lungo periodo anche sopportando disagi immediati. Tuttavia racchiude un elemento di pericolo di cui è necessario essere consapevoli in quanto esso ci induce a sopravvalutare le probabilità di un evento favorevole (e quindi, implicitamente, a sottovalutare la probabilità che l’evento assuma un valore negativo).

Si deve evitare di confondere l’ottimismo con la speranza e con l’illusione: quando acquistiamo titoli denominati in valuta dobbiamo essere consapevoli che, anche in pochi mesi, esiste la possibilità di perdite rilevanti.

Quali basi concrete abbiamo per essere ottimisti? C’è un contratto che ci garantisce? Ricordiamo che se qualcosa è successo in passato può succedere nel futuro e che chi oggi sembra sprovveduto è stato a sua volta ottimista (“che cosa vuoi che mi succeda se investo metà della liquidazione in titoli argentini?”).

Euristica della disponibilità

Per euristica della disponibilità si intende la tendenza ad assegnare maggiori probabilità ad eventi molto improbabili, ma che richiamano maggiormente la nostra attenzione: se per esempio riusciamo a immaginarci bene l’evento, spesso lo sovrastimiamo.

Per esempio, tutti conoscono le scene di giubilo che si hanno quando in una ricevitoria si festeggia la vittoria di un fortunato cliente al Superenalotto; tale conoscenza porta moltissime persone a giocare, anche se la loro vincita è altamente improbabile.

Per lo stesso motivo, quanto più uno scenario è dettagliato, incredibilmente riteniamo che sia più probabile, contrariamente al calcolo delle probabilità che ritiene meno probabile il verificarsi di un evento quanti più dettagli aggiungiamo.

In base all’euristica della disponibilità la finanza comportamentale spiega perché ogni promotore finanziario tende a riempirci di grafici e di carta che di fatto non fanno che aggiungere dettagli su previsioni future: anziché renderci conto che più si cerca di essere precisi, meno probabilità ci sono di azzeccarci, cadiamo nella trappola e aderiamo alla proposta “che non si poteva rifiutare”.

Falsa cultura (apprendimento approssimativo)

La falsa cultura in un adulto è simile al tentativo di un giovane studente di passare un esame copiandone la soluzione. Tutti noi sappiamo che, prima o poi, anche se l’esame è passato, la verità verrà a galla e difficilmente il nostro giovane avrà un futuro brillante, soprattutto se la materia dove ha barato serve per il suo lavoro. L’adulto non è messo di fronte all’esame, ma per motivi vari è spesso incline a farsi una cultura senza partire dalle basi, illudendosi di avere capito tutto.

Per la finanza comportamentale possiamo definire come apprendimento approssimativo l’adozione di meccanismi di apprendimento che privilegiano la velocità a scapito della precisione. L’approssimazione nell’apprendimento induce a estrapolare leggi universali da pochi episodi estemporanei (“l’oro è sempre salito”, “le case sono il migliore investimento”, “bisogna stare alla larga dai mercati azionari”). Semplificare i problemi è una dote, ma banalizzare le spiegazioni può costare caro.

È fondamentale tenere a mente che

una conoscenza approssimativa è altrettanto pericolosa della mancanza di conoscenza.

Investimenti adeguati non necessitano di una conoscenza enciclopedica, ma ci sono alcune regole di comportamento da comprendere e meditare a fondo.

Uno dei momenti in cui la falsa cultura fa più danni è quando il soggetto deve ragionare in termini di probabilità senza possedere le basi statistiche necessarie. Ecco allora che tende a sostituire le leggi del calcolo delle probabilità con leggi empiriche, spesso psicologiche, basate su

  1. impatto emotivo (si sovrastima il rischio di incappare in un incidente aereo o in una crisi valutaria).
  2. Facilità del ricordo (si ricorda più facilmente una vittima del morso di uno squalo che le centinaia di persone uccise da una crisi cardiaca, per cui si tende a sopravvalutare la probabilità di morire per bocca di uno squalo e a sottovalutare quella di morire d’infarto).
  3. Presunto livello di controllo (“l’automobile è meno pericolosa dell’aereo perché ci sono io alla guida”, “scegliere pochi titoli personalmente è meglio che comprare un fondo che replica l’andamento del mercato”).

Percezione selettiva

La percezione selettiva consiste nel modificare la visione che abbiamo della realtà per vedere ciò che ci aspettiamo di vedere. Si tratta di un errore che riguarda molti campi dell’esistenza; per questo motivo rimandiamo all’articolo Percezione selettiva.

Protezione dell’autostima

Ognuno di noi tende a evitare situazioni in cui la propria autostima decade. La percezione selettiva può essere vista come uno di quegli strumenti con cui manteniamo il livello della nostra autostima. La usiamo per avere una memoria selettiva: ricordiamo i successi e dimentichiamo i fallimenti, proprio come “vogliamo vedere ciò che desideriamo”.

Un’altra arma per conservare l’autostima è il senno di poi. Non a caso

gli analisti sono bravissimi a spiegare cosa è successo, salvo poi… non azzeccare mai cosa accadrà.

Il senno di poi è cioè la versione peggiore dell’esperienza, quella che non solo non aiuta, ma distorce il passato impedendoci di comprendere il futuro. Un esempio di questo rischio è evidenziato dal noto studio del Cleveland Metropolitan General Hospital condotto su 160 soggetti. Il primo gruppo doveva individuare le probabilità delle diagnosi associate a un quadro clinico. Un secondo gruppo aveva lo stesso compito, ma lo svolgeva conoscendo la diagnosi corretta. Nel primo caso la diagnosi esatta era stata ritenuta la più probabile in relazione al quadro clinico dal 30% dei soggetti mentre nel secondo dal 50%. Questa situazione spiega perché persone che di fatto possono utilizzare informazioni di colleghi più bravi di loro tendono a sopravvalutarsi.

Il terzo strumento per conservare la propria autostima è la risposta sbagliata alla dissonanza cognitiva. Secondo lo psicologo statunitense Festinger un soggetto che vive due idee o comportamenti coerenti si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza), mentre se essi sono in conflitto (incoerenza) si troverà a disagio (dissonanza). In teoria, la dissonanza potrebbe essere risolta modificando l’ambiente o modificando sé stessi, sia a livello di comportamento sia a livello di valutazione cognitiva.

In realtà, spesso la dissonanza viene:

  • ignorata
  • minimizzata
  • risolta parzialmente.

In campo finanziario la dissonanza cognitiva ci porta a inventare modelli interpretativi fantasiosi e illogici pur di giustificare investimenti dettati dall’avidità, dall’ignoranza o da altri fattori negativi.

Rifiuto dell’incertezza

Molti studiosi (Fischhoff, Thinès, Costall, Butterworth ecc.) hanno evidenziato che la mente umana tende a vedere la certezza anziché l’incertezza, la causa e l’effetto invece della semplice correlazione. Sembra che l’uomo abbia bisogno di certezze (non a caso l’ansia nasce dal mancato controllo della situazione in cui si è). Quando questo bisogno resta del tutto inconscio non viene sottoposto a nessuna critica e genera una serie di problemi.

In campo finanziario l’illusione della certezza si trasforma nel rifiuto dell’incertezza (fenomeno spesso che coesiste con la falsa cultura e la non conoscenza delle leggi della statistica), anche a costo di inventare spiegazioni fittizie che confondono la causalità con la correlazione o la coincidenza (vedasi il mio testo Migliora la tua intelligenza per un approfondimento sull’errore di correlazione o su quello di coincidenza). L’incertezza che caratterizza i mercati finanziari va accettata come un dato di fatto: i mercati sono, in larga misura, espressione della psicologia delle masse e, come tali, sottoposti a ondeggiamenti ed eccessi. Metodo, disciplina e pazienza consentono di individuare l’ordine in mezzo al caos. I guru, se competenti ed esperti, vanno ascoltati, ma solo come fonte di riflessione e ispirazione. Anche perché è sempre possibile trovarne due su posizioni contrapposte. E anche perché pure loro sono sottoposti al fattore moda: poiché sono in tanti a pontificare e a dire di tutto, sarà sempre possibile trovare qualcuno che può affermare di avere effettuato la previsione giusta. Ma non vi è alcuna garanzia che anche la prossima lo sarà.

Sicumera

Il significato del termine sicumera è “innata e assoluta fiducia in sé stessi, ai limiti della temerarietà”.

Un’indagine relativamente recente ha rilevato che solo un italiano su tre ritiene di essere in sovrappeso mentre la media delle risposte su quanti italiani fossero in sovrappeso è stata di due su tre. Analogamente, un’indagine condotta in Svezia ha rilevato che il 90% dei guidatori si ritiene migliore della media.

Allo stesso modo, una parte della popolazione è vittima della sicumera, dell’eccessiva fiducia in sé stessi e si ritiene più intelligente, più abile, più capace della media nei vari campi d’interesse.

In campo finanziario per la finanza comportamentale la sicumera può portare a effetti devastanti perché l’investitore cade vittima di un delirio di onnipotenza e della sicurezza di poter controllare tutto. In realtà, bisogna prendere atto che ci sono molti ambiti della nostra esistenza su cui abbiamo un controllo molto limitato. La dinamica dei mercati finanziari, così intimamente legata alle oscillazioni della psicologia delle masse, continua a stupire e a sorprendere anche gli studiosi più preparati.

Il Wall Street Journal invita periodicamente alcuni guru della finanza a dare “consigli per gli acquisti”. Allo stesso tempo viene scelto lo stesso numero di titoli lanciando freccette sulle pagine dei giornali finanziari appese alla parete. Poi i due portafogli (guru e freccette) vengono seguiti per un determinato periodo. Visti i risultati, o i guru non sanno prevedere nulla oppure chi lancia le freccette ha una mira fantastica!

Timore reverenziale

Per la finanza comportamentale il timore reverenziale tende a farci scambiare l’autorevolezza per affidabilità: promotori finanziari, funzionari di banca, giornalisti, economisti ecc. ci sembrano il non plus ultra della capacità e dell’esperienza. L’istinto di autorità e il conseguente timore reverenziale ci possono spingere a effettuare investimenti inadeguati solo perché raccomandati da una figura apparentemente autorevole. Quante lettere ai giornali lamentano i danni finanziari subiti seguendo i consigli di esperti poco affidabili che hanno raccomandato Parmalat, Cirio, bond argentini? Come non essere vittima del timore reverenziale e scegliere gli esperti migliori, se esperti noi non siamo? Allo stesso modo con cui non mettiamo le dita nella presa della corrente anche se non siamo laureati in fisica. Ci vuole buon senso. Grazie a esso riusciremo a evidenziare ciò che “puzza”, ciò che non convince, ciò che è incoerente, contraddittorio.

Utilità attesa

In uno scenario incerto l’utilità di un agente può essere calcolata come una media ponderata delle utilità in ogni stato possibile, utilizzando come pesi le probabilità (spesso stimate dall’agente stesso) del verificarsi dei singoli stati. La definizione può apparire complessa, per cui rimandiamo per approfondimenti ed esempi all’articolo Utilità attesa.

Limiti della finanza comportamentale

La finanza comportamentale può dare la sensazione che, applicando una visione più psicologica dell’economia e del singolo investitore, sia possibile superare i limiti della visione classica, pervenendo a nuove positive strategie d’investimento.

In realtà, ci sono due difficoltà che ancora non sono state superate: l’interpretazione univoca degli esperimenti e la parzialità della disciplina.

Il primo punto riguarda il fatto che ogni esperimento può essere letto in modo molto diverso perché di fatto si tratta di motivare un certo comportamento su base psicologica: basta avere come riferimento una personalità differente e cambia l’interpretazione. Gli psicologi fanno riferimento a personalità “medie” con il risultato che spesso ragionano per senso comune piuttosto che per buon senso.

Il secondo punto deriva direttamente dal fatto che la finanza comportamentale è nata comunque in ambienti che volevano spingere l’investitore verso il mercato, a prescindere dalle situazioni in cui ciò non è affatto conveniente semplicemente perché ogni previsione è molto azzardata.

Un’altra critica (per esempio sostenuta da Eugene Fama) è che la finanza comportamentale è più un insieme di anomalie che una vera branca della finanza. Se questo può essere vero per il professionista, è pur vero che sempre più persone utilizzano strumenti finanziari per la gestione del proprio risparmio e la finanza comportamentale diventa preziosissima per evidenziare i loro errori.

Un euro non è un euro?

Il primo punto possiamo ritrovarlo nel clamore eccessivo suscitato dagli esperimenti di Richard Thaler e dalla loro più usuale interpretazione. Secondo la teoria classica, 100 euro sono sempre tali, a prescindere dal fatto che li si riceva come stipendio, che li si spenda per un paio di scarpe oppure che li si vinca a poker. Secondo Thaler non è così.

Supponiamo che debba comprare un modello di scarpe da running. Sono davanti alla vetrina del negozio X e le vedo esposte a 100 euro; sfoglio una rivista che avevo portato con me e scopro che in un negozio Y vengono vendute a 90 euro. Poiché Y è a un quarto d’ora di strada che faccio? Vado da Y e risparmio 10 euro?

Ora invece sono in compagnia di un amico davanti a un negozio X dove in vetrina c’è il televisore dei miei sogni a 1.099 euro. L’amico mi informa che presso il negozio Y lo stesso televisore è venduto a 1.089 euro. Poiché Y è a un quarto d’ora di strada che faccio? Vado da Y e risparmio 10 euro?

La maggior parte delle persone (ma non tutte!) sottoposte all’esperimento andrebbe nel negozio Y nel primo caso, ma non nel secondo.

Alcuni autori (Motterlini) sostengono che saremmo caduti in una trappola mentale che provoca un’incoerenza nel nostro comportamento. In realtà non c’è nessuna trappola mentale e non è affatto vero che gli esperimenti di Thaler dimostrano che consideriamo gli euro in maniera differente. È invece vero che, pur considerando gli euro dello stesso valore, altri fattori ci fanno decidere in modo diverso. È banale osservare che non sono solo i 10 euro che ci fanno decidere (quindi capire se valga la pena di spendere 15′ del proprio tempo per risparmiarli), ma anche e soprattutto il fatto che possono evidenziare una differenza nei negozi.

Nel primo caso 10 euro su 100 (10%) possono significare che Y è un negozio molto più a buon mercato, dove posso fare buoni affari e che quindi vale la pena conoscere. Nel secondo caso, percentualmente parlando, la differenza è talmente minima che non ritengo differenti i due negozi e quindi scatta la domanda se convenga o meno dare 15′ del mio tempo per 10 euro. Dopo queste premesse, è ovvio che nel secondo caso la percentuale di coloro che vanno in Y sia minore.

Vediamo un altro esperimento citato da Motterlini.

Siamo davanti allo stadio e ci accorgiamo di aver perso il biglietto della tribuna che ci era costato 100 euro. Che facciamo? Lo ricompriamo?

Secondo scenario. Siamo davanti allo stadio, non abbiamo ancora acquistato il biglietto, ci accorgiamo di aver perso una banconota da 100 euro che tenevamo in tasca pronti all’acquisto. Che facciamo? Compriamo lo stesso il biglietto?

La maggior parte delle persone (ma non tutte!) sottoposte all’esperimento non ricomprerebbe il biglietto nel primo caso, ma lo acquisterebbe nel secondo.

Questo esempio sembra più convincente, ma in realtà non tiene conto del fatto che l’acquisto viene fatto in due momenti diversi. Si sa che una certa percentuale di decisioni di acquisto verrebbe modificata nel tempo (sono gli acquisti fatti per impulso): nel primo caso dello scenario, è ovvio che gli impulsivi non confermerebbero la loro decisione.

Questi esperimenti dimostrano che una valutazione psicologica degli esperimenti della finanza comportamentale non è affatto univoca e che, entro certi limiti, si possano forzare le conclusioni.

 

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