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25 aprile, il piatto dei fratelli Cervi: pasta burro e parmigiano


Il 25 aprile può essere raccontato anche attraverso un punto di vista non solo storico ma anche gastronomico perché anche il cibo ha avuto il suo ruolo. E il 25 aprile ha il suo “piatto”: la pasta burro e parmigiano.

Durante il regime fascista, ne “Il Manifesto della cucina futurista”, Tommaso Marinetti mise al bando la pasta asciutta, considerata un pasto non adatto al “nuovo” italiano: scattante, ben nutrito, in forma per la guerra. Marinetti definisce la pasta: “Assurda religione gastronomica italiana” che comporterebbe “fiacchezza, pessimismo, inattività e neutralismo”.

Così la pasta asciutta venne messa al bando dal regime, come qualcosa che non nutriva davvero, e che non period così italiana, almeno non come il riso, che veniva preferito nella dieta del perfetto fascista. 
Nel 2015 un libro “Partigiani a tavola.Storie di cibo resistente e ricette di libertà”, di Elisabetta Salvini e Lorena Carrara, ha portato alla luce tante storie tra cui quella della “pasta burro e parmigiano”.

La famiglia Cervi dopo la guerra: presenti solo le vedove, i genitori e i figli dei fratelli Cervi Archivio GBB/contrasto

La famiglia Cervi dopo la guerra: presenti solo le vedove, i genitori e i figli dei fratelli Cervi

Il 25 luglio del 1943 la famiglia Cervi per festeggiare la sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio, decise di offrire a tutto il paese, Campegine, un piatto di pasta al burro. Il Re aveva designato il Maresciallo dell’esercito Pietro Badoglio come nuovo capo del governo, che però non fermò la guerra, ma si schierò al fianco dei tedeschi. Era comunque un evento da festeggiare e i fratelli Cervi si procurarono la farina, presero a credito burro e formaggio dal caseificio e prepararono chili e chili di pasta. Caricarono il carro e la portarono in piazza a Campegine pronti a distribuirla alla gente del paese. Un grande giorno di festa, un sospiro di sollievo in attesa della democrazia tanto sofferta.

Si racconta che le caldaie della latteria sociale “Centro Caprara”, dove normalmente veniva prodotto il Parmigiano Reggiano, vennero riempite d’acqua dal casaro e lì venne cotta la pasta (380 kg.) prodotta con il grano sottratto ai soldati tedeschi battendo le spighe per terra, prima che il raccolto venisse passato all’ammasso obbligatorio. Le donne del paese, grattugiarono  il formaggio.

E al maresciallo dei carabinieri che period arrivato a controllare il perché di tanta gente, all’epoca period vietato riunirsi i fratelli Cervi risposero: ”qui c’è soltanto gente che ha fame. Maresciallo, prenda un piatto di pasta e torni in caserma”.

Un piatto povero ma potente e legato alla ritrovata libertà, anche se arriverà 20 mesi dopo del luglio del 43 ed è per questa che la “pasta burro e parmigiano” è il piatto di queste due ricorrenze



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