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Epatite acuta nei bambini: colpa del lockdown?


L’Istituto Superiore di Sanità esclude un nesso tra le epatiti acute nei bambini, in aumento anche in Italia, e il coronavirus. Si indaga sugli adenovirus e una nuova forma di influenza

Il numero di casi di epatite acuta nei bambini aumenta anche in Italia, e dal ministero della Salute è arrivata l’indicazione ai pediatri di prestare maggiore attenzione.

Epatite acuta: si indaga sulle trigger

L’Istituto Superiore di Sanità, invece, ha emesso un documento nel quale chiarisce che «al momento nessuna delle teorie formulate sull’origine» dei casi «ha avuto un riscontro attraverso evidenze scientifiche». Questo significa che oggi si sta ancora indagando sulle possibili trigger. «Le indagini microbiologiche hanno escluso virus dell’epatite A, B, C, D ed E in tutti i casi» chiarisce ancora l’Iss.

«Nonostante non sia ancora chiaro cosa abbia causato le infezioni al fegato nei bambini al di sotto di 10 anni, non credo sia il caso di allarmarsi. Anche in passato ci sono state epatiti in età pediatrica a eziologia sconosciuta, quindi di cui non erano observe le trigger. Naturalmente, di fronte di un certo numero di casi come quelli segnalati, soprattutto nel Regno Unito dove sono oltre 100, è giusto fare ulteriori indagini» spiega il professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo all’Università Campus Biomedico di Roma.

Epatite acuta: esclusa la causa dell’intossicazione alimentare

Come chiarisce anche l’Istituto Superiore di Sanità, «ogni anno in Italia, come negli altri paesi, si verifica un certo numero di epatiti con causa sconosciuta e sono in corso analisi per stabilire se ci sia effettivamente un eccesso. Le ipotesi iniziali del workforce di indagine nel Regno Unito proponevano una causa infettiva o possibile esposizione a sostanze tossiche. Una serie di questionari, con i quali è stato chiesto ai pazienti e alle famiglie, quali cibi avessero consumato, quali bevande avessero assunto o altre abitudini personali, non hanno però portato a individuare una possibile causa comune delle epatiti acute: «Questo ha portato a escludere cluster familiari o localizzati a livello territoriale, come advert esempio in una città, perché le segnalazioni hanno riguardato bambini che vivono in posti differenti e persino in Paesi differenti» conferma Ciccozzi.

Esclusa la causa di eventuali farmaci

L’allarme, infatti, è scattato il 5 aprile scorso nel Regno Unito e ha riguardato prima l’Inghilterra, poi Galles e Irlanda del Nord, Scozia, ma anche man mano Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Olanda, Romania e Spagna. Altre segnalazioni sono poi giunte da Svezia, Israele e Italia. «Per lo stesso motivo, quindi per la diffusione sul territorio in modo così ampio, non è neppure credibile che si sia trattato di intossicazioni da sostanze come farmaci, che è una delle possibili trigger di epatite» aggiunge l’epidemiologo, secondo cui la causa va ricercata, invece, nelle conseguenze del lockdown.

Colpa del lockdown?

«Le ipotesi che circolano sono molte, ma nessun convincente, mentre ritengo che quella da prendere più seriamente in considerazione sia legata al lockdown. Come supposto anche dall’ECDC, il Centro europeo di controllo delle malattie, il periodo di chiusura e le misure anti-Covid, come le mascherine, potrebbero avere in qualche modo impedito o rallentato il contatto con vari virus. Adesso che le restrizioni stanno venendo meno, riprende anche la circolazione di questi virus, che possono essere di tipo influenzale e già noti, oppure anche sconosciuti» spiega Ciccozzi.
«Bisogna tenere presente, infatti, che il sistema immunitario nella normalità è in continuo “allenamento”. Ciò non è avvenuto durante il lockdown, proprio a causa delle restrizioni, quindi ora nei bambini, che più degli adulti hanno vissuto le restrizioni della pandemia senza la scuola e i contatti con i coetanei, adesso potrebbero avere un sistema immunitario un po’ meno rispondente a molti virus anche meno conosciuti o nuovi, insomma che abbia una ridotta capacità di reazione» spiega ancora l’esperto.

Scartati coronavirus e vaccini anti-Covid: perché?

È stata scartata, invece, l’ipotesi che potesse esserci un nesso con il coronavirus. «Tra 13 casi notificati dalla Scozia, per cui sono disponibili informazioni di dettaglio sul testing, 3 avevano una infezione confermata da Sars-CoV2, 5 erano negativi e 2 avevano avuto una infezione da Sars-CoV-2 tre mesi prima. 5 casi avevano un check positivo per adenovirus tra gli 11 dei 13 casi per cui erano disponibili dati su questo tipo di check», come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità. «Lo stesso vale per i vaccini anti-Covid che, per by way of dell’età pediatrica, sono stato somministrati in quantità minore o nulla» aggiunge Ciccozzi.

Perché si parla di adenovirus

«L’ipotesi che sia un adenovirus a causare le epatiti, avanzata da qualche ricercatore, è di per sé improbabile, in quanto questo tipo di virus normalmente non è associato a malattie epatiche» afferma l’Istituto Superiore di Sanità nella nota. L’adenovirus è un virus noto, che causa raffreddore e gastroenteriti, ma in questo caso sembra escluso come possibile causa: «In realtà se ne è parlato perché sta circolando una forma di influenza tardiva, che potrebbe essere dovuta proprio all’adenovirus e che sta dando problemi intestinali, ma non c’entra con le epatiti acute pediatriche» chiarisce Ciccozzi, che esclude anche un possibile nesso con i vaccini AstraZeneca e Johnson&Johnson, che ne hanno utilizzato un tipo come vettore virale: «Intanto va detto che per AstraZeneca e J&J si è usato un adenovirus inattivato delle scimmie e non dell’uomo. L’unico che lo ha usato di tipo umano è il siero russo Sputnik – spiega l’epidemiologo – Ma in ogni caso si tratta di un adenovirus inattivato». Si tratta di un virus geneticamente modificato in modo da non replicare nelle cellule dell’organismo umano. «Una ipotetica riattivazione implicherebbe un meccanismo molto complicato, troppo: è assolutamente da escludere» concludere Massimo Ciccozzi.





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