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Per guadagnare tempo bisogna anche saper oziare


E se la nostra perenne necessità di guadagnare tempo fosse dovuta al fatto che in fondo non diamo valore al tempo? Alla nostra presunzione di voler fare tutto a tutti i costi e di essere multitasking? Se così non fosse, d’altronde, non ci chiederemmo advert esempio come massimizzare la produttività sul lavoro, come ottimizzare la routine del mattino o mezz’ora di allenamento al giorno, non staremmo a cercare su Internet ricette facili e veloci per risolvere la cena in pochi minuti. Certo, sono concetti importanti, che riguardano la routine di tutti noi, ma forse quando ci chiediamo come guadagnare tempo sarebbe il caso di dimenticare liste, how one can e imperativi per capire cosa facciamo quando lo facciamo, e vivere al meglio le nostre giornate.

E le giornate sono poche, considerato che in media viviamo appena 4000 settimane: ce lo ricorda Oliver Burkeman, columnist del Guardian, nel suo nuovo illuminante libro Come fare per avere più tempo (Vallardi), bestseller del New York Times.

Ripercorrendo il pensiero di storici, filosofi, esperti di time administration, Burkeman ci mette di fronte all’evidenza, e cioè che il vero problema non è che il tempo è poco, ma che siamo noi a farlo scorrere alla velocità della luce, e in più senza rendercene conto. Come? Con l’illusione di avere il mondo sotto controllo, e dimenticandoci come goderci la vita. «Il mondo è meraviglioso, ma ben pochi guru della produttività sembrano contemplare l’thought che il positive ultimo del nostro fare frenetico sia godersi un po’ di questa meraviglia», scrive Burkeman.

«Tentare di essere più produttivi allontana ciò che è davvero importante. Passiamo le giornate a sbrigare attività per togliercele dai piedi; il risultato è che viviamo proiettati nel futuro (quando finalmente riusciremo a occuparci di ciò che conta), e che temiamo di non essere all’altezza e di non avere slancio ed energia sufficienti per restare al passo con la vita odierna», scrive ancora Burkeman. L’alternativa? Concentrarsi su quello che conta, procrastinare in modo intelligente, accettare di non poter stare dietro a tutto (che sia la casella di posta che si riempie o la pila di panni da stirare che ogni giorno cresce sempre di più) e di non poter vivere ogni esperienza ma creandoci delle various, e infine mettere nel conto che gli imprevisti non ci fanno perdere tempo ma fanno parte del pacchetto. Il libro è tutto da leggere, pieno di spunti, di riflessioni, di esempi che vi faranno rendere conto di quanto tempo abbiamo perso provando a guadagnarne. In attesa di averlo tra le mani, ecco 5 tra i tanti consigli dell’autore che vale la pena provare a mettere in pratica.

Scegliere in cosa fallire

Burkeman lo chiama «fallimento strategico» e consiste «nel definire in anticipo intere aree di vita in cui non ci aspettiamo di raggiungere l’eccellenza». Questo ci consente di concentrare meglio le nostre energie sulle cose che contano, e di stabilire un ordine di priorità anche tra quelle di cui non possiamo fare a meno, per esempio il lavoro, la salute, la famiglia. In questi casi bisogna ragionare in termini di «fallimento ciclico»: per esempio, se la famiglia ha bisogno, per qualche giorno si può rinunciare agli straordinari al lavoro, e viceversa.

Fare l’elenco delle cose fatte (e non quelle da fare)

Dato che non riusciamo mai – perché è impossibile – portare a termine i compiti che ci siamo prefissati nella nostra lunga lista quotidiana, ci sentiamo sempre un «debito di produttività». Perciò Burkeman consiglia di pensare al contrario. Ovvero cominciare la giornata con un foglio bianco, sul quale scrivere mano mano le cose che abbiamo fatto: da quelle importanti a quelle apparentemente meno importanti, per esempio prepararci un caffè. Sono piccoli traguardi, che fanno venire voglia di fare.

Rendere noiosi i dispositivi digitali

Impossibile resistere alla tentazione di cliccare per leggere l’ultima notifica appena ci appare sul cellulare: le distrazioni digitali sono le distrazioni del momento, fanno apparire «seducenti» i nostri system e per questo, secondo Burkeman, non riusciamo a staccarcene. E se li usassissimo solo per le loro funzioni? Ovvero – esempio estremo, provocatorio, ma che rende l’thought – usassimo lo smartphone solo per chiamare e al massimo per le mail e per leggere o ascoltare musica usassimo dei dispositivi a parte? Immaginate quanto sarebbe piacevole ascoltare un brano senza sentire in sottofondo anche le notifiche di Instagram che lo interrompono. Tutto tempo di qualità guadagnato.

Rallentare il ritmo del mondo, accelerandolo a modo nostro

Se tutto sembra andare troppo veloce, per l’infinita mole di cose da fare, Burkeman suggerisce di vivere al doppio della normale intensità per «raddoppiare» l’esperienza di vita. Cosa vuol dire? Fare cose che arricchiscono, che spezzano la routine, e che soprattutto aiutano a portare l’attenzione su cosa stiamo facendo. Per esempio meditare, fare birdwatching, disegnare oppure fare una strada diversa per andare al lavoro.

Imparare a oziare

Sì: uno dei pilastri del libro sul time administration del momento è imparare a perdere tempo. Perché, come osserva Burkeman, se non smettiamo di vivere pensando al prossimo obbiettivo e quindi alle cose da fare, è anche perché non sappiamo stare fermi. «Allenarsi a non fare niente – scrive – significa provare a resistere all’impulso di manipolare l’esperienza, le persone e le cose che ci circondano, lasciandole come sono». Come provare? Bastano semplici esercizi di meditazione.

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