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Boy From Heaven Recensione

Un thriller che mescola religione, politica e spionaggio, rielaborando le eredità del cinema americano della paranoia politica degli anni Settanta, e quella europea del cinema civile. Con l’Egitto contemporaneo nel mirino.

Fondata più o meno nel 970, l’università islamica di al-Alzhar, presso l’omonima moschea del Cairo, è il più importante centro di studi islamici del mondo, il massimo punti di riferimento degli studi teologici e spirituali del mondo sunnita, di conseguenza un punto di riferimento imprescindibile per quel vastissimo mondo e i suoi innumerevoli fedeli.
Tanto che, come ci racconta questo movie di Tarik Saleh (quello di Omicidio al Cairo) presentato in concorso al Festival di Cannes 2022, da tempo immemore la politica egiziana cerca di influenzarla, di controllarla, di avere alla sua guida un Gran Imam – che, mi si passi il paragone spericolato, ha un ruolo quasi papale nel mondo sunnita, con tutti i distinguo e le complessità del caso – allineato con le posizioni dello stato. Perché in quel mondo, ma non solo in quel mondo, chi ha il potere spirituale ha anche un potere chiaramente politico, per through della sua capacità di indirizzare la moltitudine dei fedeli.

È lì, advert al-Alzhar, che all’inizio di Boy from Heaven, dopo un prologo vagamente nuchista che ce lo mostra nel suo ambiente d’origine, arriva il giovane Adam, figlio maggiore di un umile pescatore che, per through delle sue doti intellettuali, period stato raccomandato per quell’università dall’Imam locale.
Un Adam che arriva all’università carico di tutta la sua provinciale timidezza, della sua dimessa umiltà, ma anche con la sua affilata intelligenza, e che un po’ per caso un po’ no finisce nel mezzo di un intrigo politico-religioso che per lui ha conseguenze potenzialmente mortali.
Già, perché come è sempre stato, anche l’Egitto di oggi, quello del presidente al-Sisi, cerca nel movie di Saleh di influenzare l’elezione del nuovo Gran Imam, dopo la morte improvvisa di quello in carica. Tanto che, per rimpiazzare un infiltrato morto misteriosamente, i servizi segreti, nella persona di un colonnello interpretato da Fares Fares, e su ordine dei suoi superiori, Adam sarà messo a fare lo stesso, pericoloso lavoro.

È tante cose assieme, questo Boy from Heaven. È una sorta di thriller politico, una storia di spionaggio alla John Le Carré, di quelle dove a contare non è l’azione, ma l’intreccio, e soprattutto come l’ingegno e l’acume dei suoi protagonisti, che qui agisce anche e nel finale soprattutto per le vie del sofismo filosofico-religioso, riescono a farli arrivare ai loro scopi, e alla sopravvivenza.
È un movie che, nel modo in cui ritrae le dinamiche tristemente observe (si pensi a Giulio Regeni, ma anche a Patrick Zaki) del potere dell’Egitto di oggi, senza sconti alcuni sulle manipolazioni, sulle trame oscure, sulle torture e sugli omicidi. Il tutto senza mai avere come necessità la rappresentazione esplicita della violenza, e avendo spazio anche per un pelo d’ironia, come quando al fianco del ritratto di al-Sisi, nell’ufficio del capo di Fares Fares, è incorniciata una maglia autografata di Mohamed Salah.
Ed è un movie che racconta senza timori come (anche) nel mondo islamico sia pericolosa la commistione tra fede e politica.

Senza nulla togliere al versante “civile” del movie, è nel primo versante, quello più puramente di genere che si va a legare con originalità alla tradizione di certo cinema paranoide-politico degli anni Settanta, che Boy from Heaven colpisce di più, specie nel modo in cui Saleh racconta gli ambienti, i personaggi, gli spostamenti, e soprattutto in quello in cui fa emergere in maniera graduale, ma con progressione chiara e inarrestabile, la capacità di Adam (interpretato da un notevole Tawfeek Barhom che regge bene il confronto col più navigato Fares) di riuscire a districarsi tra le tante complesse e pericolose trame ordite attorno a lui grazie sì a una compiacenza del colonnello che l’ha reclutato, ma sempre più chiaramente grazie alla sua finezza intellettuale e dialettica, e alla sua competenza teologia.
Intelligenza e competenza. Qualcosa di cui oggi, tutti noi, anche al di fuori e lontani dalle dinamiche di questo movie, abbiamo assoluto bisogno per salvarci. Metaforicamente o meno.




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