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I dipendenti di Meta non possono discutere di aborto


Mentre negli Stati Uniti si discute del ribaltamento della sentenza sul diritto di interruzione della gravidanza, la famosa Roe vs Wade, a Meta (la compagnia madre di Facebook, Instagram e Whatsapp) non è possibile parlare di aborto. Lo dicono alcuni dipendenti, citando la dirigenza, che avrebbe vietato di discutere dell’argomento su Workplace, una versione di Facebook per uso interno, dichiarando, in una riunione dei giorni scorsi, che la tematica sarebbe eccessivamente divisiva e tra le più “segnalate dagli stessi dipendenti”.

The Verge riporta le parole di Janelle Gale, vicepresidente di Meta per le risorse umane, ottenute tramite una registrazione e pubblicate nella serata di ieri. “Anche se le persone sono rispettose e cercano di esserlo riguardo al loro punto di vista sull’aborto, possono comunque sentirsi prese di mira in base al loro sesso o alla loro religione”.

Il divieto fa riferimento a una politica aziendale del 2019 sulla “comunicazione rispettosa”, che però non era mai stata resa pubblica fino ad ora. Questa proibirebbe ai dipendenti di discutere di aborto, di esprimere opinioni o inziare dibattiti in materia, dal punto di vista umanitario, religioso o politico. Dopo il leak dell’opinione della Corte Suprema degli Stati Uniti che mettere a rischio il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza in ventidue stati, alcuni dipendenti hanno sottolineato come la politica aziendale di Meta sia incoerente: si può infatti discutere liberamente di altri argomenti di stampo politico, come il movimento Black Lives Matter, i diritti delle persone transgender, le vaccinazioni o il diritto di possedere un’arma. 

Sheryl Sandberg, numero due di Meta e una delle dirigenti con più anzianità si era espressa a favore del diritto di aborto dopo la pubblicazione dell’opinione della Corte Suprema.

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Il giorno dopo questa dichiarazione, Naomi Gleit, un’altra dirigente della compagnia ha scritto un put up privato – letto e riportato da The Verge – in cui si legge: “Sul posto di lavoro ci sono molte sensibilità intorno a questo argomento, il che rende difficile discuterne su Workplace. Gleit ha consigliato di dibattere in contesti più privati, con colleghi fidati e in piccoli gruppi. I dipendenti si sono divisi sulla tematica. Molti hanno messo in luce l’ipocrisia della compagnia sul tema. Un’impiegata ha lamentato un senso di isolamento e la sensazione di essere messa a tacere. Alcuni suoi put up sull’argomento sono stati rimossi. Ha dovuto riscriverli seguendo le linee guida sulla comunicazione aziendale. L’intero processo, ha dichiarato, le è sembrato “distopico e disumano”.



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